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11 febbraio La generazione che ride della FalceOre pomeridiane, via Anagni alla periferia di Roma, sono a braccetto con la mia ragazza e mi accorgo di qualcosa che non va. Non è la solita ressa fuori da una scuola media all'uscita delle classi a tempo pieno. C'è altro, c'è qualcosa nell'aria. Qualcosa di elettrico. E infatti ecco la prima autopompa dei Vigili del Fuoco a intasare il traffico già congestionato. La squadra scende di corsa, entra in un'agenzia immobiliare. Voci si sovrappongono: "è vivo"; "un anziano"; "sesto piano". Ci vuole poco a mettere insieme il puzzle. Nel cortile che affaccia sul retro dell'agenzia c'è un uomo che ha sfidato la vita ma non è riuscito a vincere ancora.
Il fatto in sè, dopo qualche voce sparsa ha trovato pietà in me. Una persona anziana, abbandonata dal mondo ha cercato di porre fine al supplizio della solitudine. Come dargli torto?
Ma questo è un mio pensiero.
Quello che sentivo lì intorno era tutt'altro. Ragazzini di 12 anni che ridevano e scherzavano tra di loro mentre il rumore delle sirene e la vivida agitazione si muoveva intorno a loro.
Scriverò le parole crude come sono state pronunciate. Non commenterò. Non ce n'è bisogno.
"[ride] s'è buttato ma a metà strada c'ha ripensato e si è attaccato alla parabola de uno" [risata generale]
"se credeva da esse Superman" [mima il gesto del supereroe in volo]
"ma 'sti cazzi era 'n vecchio"
"che cojone non s'è manco riuscito a ammazza'"
A voi ora, vi offro uno spunto di riflessione: è la forza dell'abitudine che de-sensibilizza?
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